top of page

Road trip Usa: da Arches alla Monument Valley

  • Immagine del redattore: Luisa Tonon
    Luisa Tonon
  • 19 ago
  • Tempo di lettura: 5 min

Il mio on the Road nell'Ovest degli Stati Uniti, prosegue verso Moab, una cittadina che nella maggior parte dei casi non viene visitata perchè richiede 4 ore di guida da Bryce Canyon, quindi una bella deviazione. Ho deciso però di inserirla nel mio itinerario, perchè avevo tempo, e perchè volevo lasciarmi sorprendere. Ed è proprio ciò che è successo: un pò perchè dell'Arches National Park si sente meno parlare rispetto ad altri parchi nazionali più famosi, un pò perchè poco lo richiedono anche i miei clienti, ma è una delle zone che più mi è piaciuta di questo road trip. Sarebbe necessario dedicarci anche 2 giorni pieni, perchè ci sono tantissimi trekking da fare, e gli archi più belli e maestosi sono anche i più complicati da raggiungere. Il parco è comunque attraversato da una strada panoramica che consente l'accesso a diversi view point. Qui c'è la più alta concentrazione di archi di arenaria rossa al mondo, che a seconda dell'ora del giorno, si colorano in modo diverso e davvero meraviglioso. Moab poi, mi è piaciuta davvero particolarmente: piena di localini, negozietti vari, atmosfera rilassata e tranquilla. Ho mangiato il più buon pulled pork della mia vita! Da questa cittadina parte poi una strada panoramica bellissima, che costeggia il fiume Colorado, e che la mattina successiva al nostro arrivo in zona, abbiamo deciso di percorrere: si tratta della Potash Road, scenografica davvero per le pareti di roccia che le arrivano a strapiombo, lunga 17 miglia, e se avete un 4x4 potete percorrere interamente fino a raggiungere anche il famoso "Thelma & Louise view point" (per chi conosce il film, si tratta del punto riguardante la scena finale in cui le due amiche decidono di gettarsi nel Colorado). Noi a Moab abbiamo anche avuto il problema delle nubi di fumo, causate dai vasti incendi che in estate divampano in tutta la zona, e quindi ne va della visibilità e della qualità dell'aria. Da lì abbiamo ripreso poi il viaggio verso sud, in direzione Kayenta. Dopo circa 3 orette di macchina finalmente arrivi al Forrest Gump View Point ed è davvero un'emozione incredibile vedere la Monument Valley sullo sfondo. Fermarsi qui per fare un pò di foto è d'obbligo (ma fate attenzione alle auto che corrono sulla strada).

Entrare nella Monument Valley è stato uno di quei momenti in cui fai fatica a realizzare davvero dove ti trovi. Dopo averla vista mille volte in fotografie, film e documentari, improvvisamente ero lì, davanti a quei giganteschi buttes di roccia rossa che avevo immaginato così tante volte. E per quanto avessi delle aspettative altissime, la realtà è riuscita comunque a sorprendermi.

La sensazione che ho provato è stata quasi mistica. Sarà stato il silenzio, sarà stato il colore della roccia che con il tramonto diventava sempre più intenso, sarà stato semplicemente il fatto di essere in un luogo così iconico e così diverso da tutto ciò che avevo visto fino a quel momento. Mi ricordo di aver pensato più volte: "Non ci credo, sono davvero qui".

I buttes, con le loro forme imponenti che si innalzano dalla distesa desertica, sono qualcosa di difficile da descrivere a parole. Li guardi e ti rendi conto di quanto sia piccola la tua presenza rispetto a quello che hai davanti. E probabilmente è proprio questo uno degli aspetti che mi ha colpito di più della Monument Valley: non è soltanto bella, è una di quelle destinazioni che riescono a farti sentire parte di qualcosa di molto più grande.

Per la notte avevamo scelto di dormire nelle cabin del The View Hotel, proprio all'interno della Monument Valley Navajo Tribal Park. E anche questa è stata un'esperienza che difficilmente dimenticherò.

Abbiamo cenato con un piatto tipico della tradizione Navajo, il frybread, una sorta di pane fritto che viene utilizzato anche come base per piatti simili ai tacos e che nel nostro caso era accompagnato da fagioli, verdure miste e formaggio. Una birra in mano, davanti a noi i buttes illuminati dalle ultime luci del giorno e il cielo che iniziava lentamente a cambiare colore.

Poi è arrivato il buio.

E se il tramonto era stato spettacolare, quello che è successo dopo lo è stato ancora di più. Quella sera c'era la Strawberry Moon, la luna piena di giugno, e ricordo ancora perfettamente il momento in cui è comparsa, enorme e rossissima, proprio da dietro una delle cabin. Sembrava quasi una scena costruita apposta per noi. La Monument Valley era ormai completamente immersa nel buio e quella luna color rame illuminava lentamente il profilo dei buttes.

La mattina successiva la sveglia è suonata quando era ancora notte.

Avevamo prenotato un'escursione con Tim, una guida Navajo, e sapevamo che partire così presto ci avrebbe permesso di vivere la Monument Valley in un modo completamente diverso. Eravamo soltanto in quattro: io, Marta, Tim e un altro ragazzo arrivato da Taiwan.

Nessun altro.

Eravamo dentro la riserva quando ancora era buio e, per alcune ore, abbiamo avuto la sensazione di avere tutta la Monument Valley a nostra disposizione. Tim non si è limitato a portarci nei punti panoramici più belli. Ci ha raccontato il suo popolo, le sue tradizioni, le leggende legate a quei luoghi e il modo in cui la natura e la spiritualità siano profondamente intrecciate nella cultura Navajo.

Ci ha portato in alcuni punti da cui abbiamo scattato fotografie incredibili, ma ad un certo punto la macchina fotografica è quasi passata in secondo piano. Perché ascoltare i suoi racconti lì, nel silenzio del deserto, mentre iniziava lentamente ad arrivare la luce, aveva un valore completamente diverso.

Poi Tim ha iniziato a cantare.

E successivamente ha preso il suo flauto e ha suonato per noi.

Non saprei spiegare esattamente cosa ho provato in quel momento. Ricordo soltanto la pelle d'oca e la sensazione di essere completamente immersa in qualcosa che non aveva nulla a che fare con il semplice "visitare una destinazione". Era un'esperienza molto più profonda, quasi penetrante, perché per qualche ora non stavamo semplicemente guardando la Monument Valley: qualcuno che appartiene a quella terra ci stava permettendo di conoscerne una piccolissima parte attraverso i suoi occhi.

È stata senza dubbio una delle esperienze più autentiche e significative di tutto il mio viaggio negli Stati Uniti.

E forse è proprio questo che cerco quando viaggio: non soltanto vedere posti belli, ma trovare quei momenti che, anche a distanza di tempo, riescono ancora a farmi tornare esattamente lì con la memoria.

Quando ormai il sole aveva iniziato a salire e a scaldare davvero l'aria, siamo tornate verso il nostro hotel. Fino a quel momento, infatti, nonostante fossimo nel deserto, aveva fatto sorprendentemente freddo. Una colazione veloce, le valigie da raccogliere e poi di nuovo in macchina.

La Monument Valley rimaneva alle nostre spalle, ma il viaggio non era ancora finito.

La prossima tappa sarebbe stata Page, con un altro paesaggio completamente diverso e un'altra di quelle meraviglie naturali che avevo inserito nell'itinerario proprio perché volevo continuare a farmi sorprendere.

 
 
 

Commenti


bottom of page